Fondazione Romulus
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Quando c'è la salute,
c'è tutto...

Da "Il Professor Papetti"
di Luigi Arnaldo Vassallo
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PENSIERI IN SEMILIBERTÀ

Troverete qui di seguito riflessiuoni del nostro presidente che, per semilibertà, allude alla sua parziale autosufficienza fisica e nulla più.

:: DICEMBRE 2009 :: FUFFAS
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Pure in questa occasione, per salvaguardare in toto la mia onestà intellettuale, ho lasciato passare un periodo di tempo ragionevole prima di sviscerare il mio pensiero rispetto a un argomento che ha già sollevato un vespaio di polemiche. Per svariati motivi non posso tuttavia esimermi dall'esporre una personale riflessione riguardo la recente e costosissima propaganda dell'UFAS articolata in varie fasi. Questo non solo perché sono chiamato in causa, a titolo personale, essendo portatore di handicap e nemmeno perché sono molti ad averne già ampiamente discusso e quindi mi sento in dovere di farlo pure io. Oso esprimere un opinabile parere anche come conoscitore (per lo meno presunto) della "cosa comunicativa", avendo frequentato i corsi della Facoltà corrispondente presso l'USI di Lugano. Parlare, dibattere e soprattutto cogliere l'attenzione del pubblico sono di certo le motivazioni basiche che hanno portato l'Ente statale a spingersi oltre, in quanto questi principi valgono per qualsiasi campagna di comunicazione, commerciale o istituzionale che sia. Tuttavia reputo a dir poco infelice la realizzazione tecnica dei manifesti e soprattutto l'esposizione scaglionata degli intrinseci messaggi, seppur supportati da una strategia scientemente studiata e volta a sensibilizzare l'opinione pubblica attraverso un violento scossone. Provo ad articolare. Le scritte rosse, comparse in un secondo momento, pur essendo colorate non contrastano a sufficienza gli slogan neri e più grandi, recepiti da diverse persone come autentiche sassate. Continua a non persuadermi l'idea che sia proprio la scritta rossa a far cadere l'occhio degli automobilisti distratti, anche quando questi ultimi si ritrovano inchiodati in colonna. Ma soprattutto credo non sia stato saggio suddividere l'esposizione dei messaggi in due parti. In particolar modo mi riferisco alla frase "i disabili sono inutili" che tanto ha ferito la sensibilità di molteplici soggetti. E non solo fra i disabili. Confesso che in una fase diversa della mia vita da quella attuale, cioè in periodi nei quali pure io ho sentito (per lo meno di striscio) ciò che arbitrariamente definisco come "sudditanza psicologica", quella frase avrebbe profondamente urtato anche me. Mi avrebbe dato fastidio soprattutto perché decontestualizzata e anonima. Avrei osato pensare che nemmeno la propaganda "cristallina" del Reich sarebbe arrivata a tanto e oso ancora pensare al putiferio che esploderebbe nel caso in cui la parola "disabili" lasciasse il posto a un lemma richiamante una qualsiasi etnia, piuttosto che a qualche categoria sociale o professionale. Non credo in definitiva che l'UFAS, in quanto somma istituzione federale, debba scadere in metodologie comunicative barbare alle quali ci stiamo, ahimè, progressivamente abituando. Non credo sia questo il modo migliore per incentivare l'assunzione di persone disabili che al tempo stesso risultano essere abili al lavoro. In tal senso credo sia utile insistere nella riqualifica professionale e nella formazione, affinché il gap dovuto all'handicap possa essere compensato dal nozionismo e dalla conoscenza. E per quanto ne so l'UFAS dovrebbe in qualche modo rappresentare tutti i disabili, compresi coloro che oggettivamente hanno una percentuale di abilità al guadagno pari allo zero ed è per questo che a mio modo di vedere ha peccato.


:: MARZO 2009 :: UNA PASSEGGIATA DI SALUTE
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Credetemi, per un mese non ci ho dormito la notte, girandomi e rigirandomi più volte nel letto. Proprio come quando al lavoro mi si impasta il mail server o come quando questiono con una persona cara. Ma dopo mille dubbi e perplessità ho preso questa mia tormentata decisione, certo della bontà intrinseca della mia scelta ed infischiandomene di eventuali cattive interpretazioni.
Insomma, per farla breve, anche quest'anno parteciperò all'imminente edizione del Walking Lugano, anche perché dell'anno scorso ne conservo un simpatico ricordo.
In quell'occasione incontrai l'inviata di Rete 3 Clarissa Tami pochi istanti prima della partenza. Con lei affrontammo per intero il percorso più corto e pianeggiante ed il nostro passo di marcia fu decisamente amatoriale, dato che la mia carrozzella a motore raggiunge i 6.5 km/h solo se la spingono in discesa.
Durante quella passeggiata di salute Clarissa ed io ci esercitammo dunque nell'arte del chiacchiericcio e del gorgheggio, stonando diverse canzonette popolari assieme a quei partecipanti meno stressati dall'ansia di prestazione. Solo in questo modo ho potuto giustificare agli zelanti volontari il fatto di avere la gola secca senza essere madido di sudore...
Ce la prendemmo davvero comoda e, baciati da uno splendido sole, finimmo di un bel pezzo fuori tempo massimo.
E mentre nel Bel Paese cominciava a delinearsi l'avvento del regno di Silvio IV, nella mia mente cominciava ad affiorare l'idea di partecipare nuovamente alla manifestazione, però aggiungendoci un gesto simbolico. Un gesto inusuale e al tempo stesso altamente simbolico, squisitamente volto ad attirare l'attenzione su un tema che mi sta molto a cuore. Ovvero quello dei tagli delle assicurazioni sociali e private che secondo me penalizzano oltre misura molti disabili. Ed è per questo che tra qualche giorno rifarò il percorso corto chiudendo gli ultimi metri del tracciato camminando col deambulatore.
Dopo una lunga meditazione ho dunque deciso di prendermi il rischio di sembrare così edonista da strumentalizzare persino la mia disabilità. Analogo rischio che molti individuano tutte quelle volte che un disabile finisce in TV, magari partecipando a quiz come "Sarabanda" o "Chi vuol essere milionario", ancor più in voga in questo periodo. Ma alla fine, mentre contavo le pecore per prender sonno, ho fatto valere il principio per il quale ognuno è libero di pensare ciò che vuole, ci mancherebbe altro! Così ho pure fatto sostituire le ruote del mio girello, più grandi di quelle vecchie ormai del tutto arrugginite e cigolanti dopo chilometri e chilometri di rollio. Adesso basta un dito per spostare il deambulatore che comunque da solo non va. In aggiunta, per riuscire a far qualche centimetro in più, mi son messo semi-seriamente a dieta, ho ridotto drasticamente la mia somministrazione quotidiana di caffeina, e soprattutto ho raddoppiato gli usuali allenamenti pomeridiani praticati nello stretto corridoio di casa. Sarei felicissimo di riuscire a scendere dalla sedia già nei pressi dell'entrata del Municipio piuttosto che ripartire a piedi ai pressi dei cavallucci a dondolo di fronte alle scacchiere. Se ce la facessi raddoppierei praticamente il numero dei metri che mi separano dal traguardo. Nel frattempo, se riuscissi addirittura a coinvolgere qualche media, riuscirei a fare davvero centro! Ma al di là del delirio derivato da un innato e malsano protagonismo, la cosa piì importante che deve rimanere è il fatto di averci provato. Non so infatti né come andrà, né tanto meno come questa cosa verrà giudicata da chi non mi conosce bene.
So solo che ciò che mi sprona anche stavolta, è il desiderio di sfidare me stesso, è la voglia di spostare il limite un poco più in là, fin dove mi è ragionevolmente possibile. Anche da un punto di vista fisico, senza tuttavia mettere troppo a repentaglio le coronarie, già sensibilmente provate ogni qual volta che la Juventus gioca il derby d'Italia o affronta un match in Champions League.


:: DICEMBRE 2008 :: DISABILITÀ, LAVORO E TECNOLOGIA
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Ho cominciato ad interrogarmi sul mio futuro nel mondo del lavoro già ai tempi dell'Università, quando frequentavo il secondo anno in Scienze della Comunicazione a Lugano. All'epoca potevo ancora permettermi di essere piuttosto spensierato e nelle mie giornate già belle piene d'impegni non mancava mai un pizzico di ottimismo. Iniziavo però a rendermi conto che il mio personalissimo percorso di integrazione nella "giungla normodotata", iniziato con la scolarizzazione entro le mura di un asilo abile, sarebbe diventato sempre più difficile in quanto pieno di nuove insidie. Desideravo trovare un'attività professionalmente appagante, che mi piacesse e che mi desse qualche soddisfazione. Ma l'aspetto fondamentale era ed è tuttora quello di esercitare un lavoro che si concili con tutta quella serie di impegni necessari a mantenere uno stato di salute per lo meno accettabile. Quasi inutile sottolineare che un disabile motorio affetto da una neuropatia cronica non può permettersi di trascurare la fisioterapia, altrimenti rischia di irrigidirsi al punto di rimanere lì come il più salato tra i baccalà.
All'USI mi barcamenavo tra esami, “team works” e seminari presentati da brillantissimi neo-imprenditori forestieri, magicamente sbucati fuori dalla new economy come i porcini in autunno.
Sempre in quel periodo ricordo perfettamente il momento in cui era balzato agli onori della cronaca il caso di quella mia amica non vedente laureatasi brillantemente in giornalismo: dopo due anni di faticose ricerche non era purtroppo ancora riuscita a trovare un impiego idoneo e l'aspetto più spinoso era quello di aver faticato persino a rientrare nei programmi di ricollocamento professionale gestiti dai vari enti istituzionali. Proprio quel fatto mi fece chiaramente comprendere di come tutte e due ci trovavamo nel bel mezzo di un pasticcio legislativo, a prima vista incomprensibile e paradossale. E non siamo ahimè i soli. Per quanto mi riguarda lo Stato certifica il mio grave handicap, visto che da quando sono in fasce percepisco un assegno grande invalidi di grado elevato. Tuttavia, esattamente come avviene per l'amica giornalista, la capacità di guadagno è considerata pari al 100% e viene praticamente calcolata d'ufficio, in quanto sia lei che io abbiamo avuto l'opportunità di poter seguire una formazione diversa da quella proposta dalla scuola speciale. Comprendo e condivido pienamente l'uguaglianza teorica al momento di cercar lavoro e mi rendo conto dei grandi progressi sociali degli ultimi 40 anni persino nell'integrazione professionale. Rimane comunque assai complicato impiegarsi nelle aziende, poiché ritengo gli incentivi non sufficienti a garantire l'aiuto alla persona disabile da parte dei colleghi divorati dallo stress e dal carrierismo distorto, assai più di quanto lo fossero i compagni di banco e di merende. Nella fattispecie sono difficili tutti gli spostamenti indipendentemente dai mezzi usati e sono costretto a chiedere aiuto anche solo per andare in bagno. Mi è indispensabile un livello di assistenza pari a quello che è garantito dai laboratori protetti o da strutture simili grazie al paziente lavoro degli educatori e dei volontari. Pur riconoscendo l'assoluta importanza politica e sociale di queste strutture a favore di tutte quelle persone che davvero non potrebbero fare altrimenti, credo che il rischio di ghettizzazione sia molto elevato per gli ospiti lavoratori.
Per tutta questa serie di motivi ho deciso fin da subito di giocare la carta autoimprenditoriale nell'intricatissimo mondo binario, sfruttando parte del potenziale che internet mette a disposizione.
E dopo qualche anno di esperienza sul campo sono sempre più convinto che, qualsiasi sia lo scenario lavorativo nel quale un disabile motorio si trova, ritengo le tecnologie informatiche non solo utili in termini di accessibilità ma anche preziosi strumenti di apprendimento. Fondamentale è aumentare le capacità al fine di raggiungere un livello di conoscenza tale da eliminare quel gap dovuto alla disabilità motoria.